B-Log "della cittadinanza e dell'impegno", "del leggere e dell'educare" e di altro ancora di varia umanità.


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lunedì, febbraio 08, 2010

Cattivipensieri. 11 (In)giustizia.

“ Per Berlusconi la verità è il potere e il denaro, avere il potere sulle persone, avere molti soldi, possedere i media e possedere l’Italia come se fosse un suo giocattolo. Questa è la sua verità. Mi chiedo quale sia la sua verità quando è seduto da solo nella sua stanza. “ Patch Adams, medico clown.

Quadro primo. Da “ Giustizia al pomodoro “ di Marco Travaglio, pubblicato su “ Il Fatto Quotidiano “ del 3 di febbraio 2010.

“ ( … ) … tocca pure assistere a sceneggiate come quella di sabato pomeriggio
( 30 di gennaio 2010 n.d.r. ), quando la prima udienza della separazione fra Silvio e Veronica (tentativo di conciliazione) si è svolta non in Tribunale, come per i comuni mortali, ma alla Prefettura, in una sala appositamente allestita dal prefetto Lombardi, quello che dice che a Milano la mafia non esiste. Di solito, per proteggere la privacy dei coniugi vip, i giudici fissano le udienze in Tribunale il sabato pomeriggio. Per il divorzio del Banana, invece, c’è la Prefettura. Anche perché in Tribunale si inaugurava l’anno giudiziario e i magistrati protestavano contro il governo ammazza-giustizia. E poi, si sa, al Banana i tribunali danno l’orticaria. Gli vengono proprio le bolle rosse al solo sentirne parlare. Meglio farlo giocare in casa, nel palazzo del governo. Il tutto per decisione o con l’avallo della presidente del Tribunale, Livia Pomodoro, che tre anni fa aveva costretto il gip Clementina Forleo a una procedura del tutto inedita per proteggere la casta dalle intercettazioni Unipol-Antonveneta. Chissà in quale articolo del Codice di procedura civile è previsto che la separazione del premier venga discussa in Prefettura. E chissà perché il presidente della sezione famiglia del Tribunale, Gloria Servetti, ha sentito il bisogno di giustificare il fallimento dell’operazione privacy con un’imbarazzante dichiarazione Ansa: - Avevo adottato tutte le cautele possibili e sono molto amareggiata che la vicenda sia apparsa sulla stampa. Nessun giudice della mia sezione, né la cancelleria, né i miei familiari (sic!, ndr) erano al corrente della pendenza del procedimento né dei miei impegni di sabato pomeriggio -. Dopotutto, se il Tribunale avesse obbedito al Codice, sarebbe passata una leggina per il divorzio ad personam. Il ricatto è a un punto tale che ormai, per evitare le leggi su misura, i giudici le anticipano. “


Quadro secondo. Da “ Altra legge, altra vergogna “ di Furio Colombo, pubblicato su “ Il fatto quotidiano “ del 3 di febbraio 2010.

“ ( … ) È in discussione ( già approvata da un ramo del parlamento n.d.r. ) la legge detta del legittimo impedimento, che toglie ogni potere alla magistratura; con l’espediente di autorizzare il presidente del Consiglio e tutti i ministri a non   presentarsi a qualunque processo, fosse anche per omicidio, fosse anche per risarcire un torto gravissimo a una parte lesa e innocente. Esempio. Se un produttore di amianto, responsabile di centinaia di morti per cancro, diventasse ministro, non risponderebbe di niente a nessuno. Esempio. Se risultasse da testimonianze e prove solide che un presidente del Consiglio ha fondato la sua fortuna su capitali di mafia (tanto per dire: i capitali di don Vito Ciancimino, stretto sodale di Provenzano) la rivelazione, per quanto provata, non farebbe alcuna differenza. In quest’unico paese del mondo democratico, il primo ministro (e ciascun altro ministro) avrà il diritto di ignorare la citazione del tribunale. Avrà il potere di non rispondere. Il che vuol dire, allo stesso tempo, non rispondere dell’imputazione e non rispondere del reato. ( … ) “  

Postato da: Ettore a 18:03 | link | commenti
cattivipensieri

sabato, febbraio 06, 2010

Samizdat. 36 “ Fascismo di ieri e populismo di oggi. “

“ ( … ) Sono fiero di appartenere a uno Stato in cui un premier può essere investigato come un semplice cittadino. Un premier non può essere al di sopra della legge, ma nemmeno al di sotto. Se devo scegliere fra me, la consapevolezza di essere innocente, e il fatto che restando al mio posto possa mettere in grave imbarazzo il Paese che amo e che ho l’onore di rappresentare, non ho dubbi: mi faccio da parte perché anche il primo ministro dev’essere giudicato come gli altri. Dimostrerò che le accuse sono infondate da cittadino qualunque. ( … ) “ Da una dichiarazione di Ehud Olmert già primo ministro dimissionario dello Stato d’Israele.

Il 5 di novembre dell’anno 2009 monsignor Gianfranco Bottoni, in rappresentanza del cardinale Tettamanzi e di tutta l’arcidiocesi di Milano, ha partecipato alla commemorazione, a Campo della Gloria, cimitero monumentale della città, dei caduti partigiani di Milano. Del Suo intervento, rinvenuto in rete ed ignorato dai mezzi di comunicazione del bel paese, ne trascrivo di seguito le parti salienti. Ridona conforto trovare o ritrovare ed ascoltare la voce sommessa che non urla di una parte di quella chiesa che ha a cuore i reali problemi del paese e non tanto gli immediati interessi di una parte. E tutto ciò avviene a dispetto di un’altra parte di chiesa, espressa soprattutto dalle sue più alte gerarchie, che in questi giorni si dilania in guerre intestine in combutta con i mezzi di informazione controllati, o peggio ancora assoldati, dal potere al momento dominante, in stretta sintonia con esso giusto per conquistarne i favori. Giusto, potere dominante e non governante, come nei tempi più bui della storia del bel paese. “ Adda passà ‘a nuttata “, come quel grande ebbe a scrivere.

“ ( … ) … mai, finora, ci siamo ritrovati con animo così turbato come oggi. Siamo di fronte, nel nostro paese, ad una caduta senza precedenti della democrazia e dell’etica pubblica. Non è per me facile ( … ) dare voce al sentimento di chi nella propria coscienza intende coniugare fede e impegno civile. Preferirei tacere, ma è l’evangelo che chiede di vigilare e di non perdere la speranza. È giusto riconoscere che la nostra carenza del senso delle istituzioni pubbliche e della loro etica viene da lontano. Affonda le sue radici nella storia di un’Italia frammentata tra signorie e dominazioni, divisa tra guelfi e ghibellini. In essa tentativi di riforma spirituale non hanno potuto imprimere, come invece in altri paesi europei, un alto senso dello stato e della moralità pubblica. Infine, in questi ultimi 150 anni di storia della sua unità, l’Italia si è sempre ritrovata con la questione democratica aperta e irrisolta, anche se solo con il fascismo l’involuzione giunse alla morte della democrazia. La Liberazione e l’avvento della Costituzione repubblicana hanno invece fatto rinascere un’Italia democratica, che, per quanto segnata dal noto limite politico di una democrazia bloccata (come fu definito), è stata comunque democrazia a sovranità popolare. ( … ) … la normale fisiologia di una libera democrazia comporta la reale possibilità di alternanze politiche nel governo della cosa pubblica. Ma proprio questo risulta sgradito a poteri che, già prima e ancora oggi, sottopongono a continui contraccolpi le istituzioni democratiche. L’elenco dei fatti che l’attestano sarebbe lungo ma è noto. Tutti comunque riconosciamo che ad indebolire la tenuta democratica del paese possono, ad esempio, contribuire: campagne di discredito della cultura politica dei partiti; illecite operazioni dei poteri occulti; monopolizzazioni private dei mezzi di comunicazione sociale; mancanza di rigorose norme per sancire incompatibilità e regolare i cosiddetti conflitti di interesse; alleanze segrete con le potenti mafie in cambio della loro sempre più capillare e garantita penetrazione economica e sociale; mito della governabilità a scapito della funzione parlamentare della rappresentanza; progressiva riduzione dello stato di diritto a favore dello stato padrone a conduzione tendenzialmente personale; sconfinamenti di potere dalle proprie competenze da parte di organi statali e conseguenti scontri tra istituzioni; tentativi di imbavagliare la giustizia e di piegarla a interessi privati; devastazione del costume sociale e dell’etica pubblica attraverso corruzioni, legittimazioni dell’illecito, spettacolari esibizioni della trasgressione quale liberatoria opportunità per tutti di dare stura ai più diversi appetiti… Di questo degrado che indebolisce la democrazia dobbiamo sentirci tutti corresponsabili; nessuno è esente da colpe, neppure le istituzioni religiose. Differente invece resta la valutazione politica se oggi in Italia possiamo ancora, o non più, dire di essere in una reale democrazia. ( … ) Al di là delle diverse e opinabili diagnosi, c’è il fatto che oggi molti, forse i più, non si accorgono del processo, comunque in atto, di morte lenta e indolore della democrazia, del processo che potremmo definire di progressiva eutanasia della Repubblica nata dalla Resistenza antifascista. Fascismo di ieri e populismo di oggi sono fenomeni storicamente differenti, ma hanno in comune la necessità di disfarsi di tutto ciò che è democratico, ritenuto ingombro inutile e avverso. Allo scopo può persino servire la ridicola volgarità dell’ignoranza o della malafede di chi pensa di liquidare come comunista o cattocomunista ogni forma di difesa dei principi e delle regole della democrazia, ogni denuncia dei soprusi che sono sotto gli occhi di chiunque non sia affetto da miopia e che, non a caso, preoccupano la stampa democratica mondiale. ( … ) Perché finisca la deriva dell’antipolitica e della sua abile strumentalizzazione è necessaria una politica nuova e intelligente. Ci attendiamo non una politica che dica cose nuove ma non giuste, secondo la prassi oggi dominante. Neppure ci può bastare la retorica petulante che ripete cose giuste ma non nuove. È invece indispensabile che giusto e nuovo stiano insieme. Urge perciò progettualità politica, capacità di dire parole e realizzare fatti che sappiano coniugare novità e rettitudine, etica e cultura, unità nazionale e pluralismi, ecc. nel costruire libertà e democrazia, giustizia e pace. Solo così, nella vita civile, può rinascere la speranza. ( … ) Non è tempo di contrapposizioni propagandistiche, né di beghe di basso profilo. L’attuale emergenza e la memoria di chi ha combattuto per la Liberazione ( … ) chiedono di cercare politicamente ( … ) come uscire, prima che sia troppo tardi, dal rischio di una possibile deriva delle istituzioni repubblicane. Prima delle giuste e necessarie battaglie politiche, ci sta a cuore la salute costituzionale della Repubblica, il bene supremo di un’Italia unitaria e pluralista, che insieme vogliamo libera e democratica. “

Postato da: Ettore a 18:02 | link | commenti
samizdat

mercoledì, febbraio 03, 2010

Samizdat. 35 “La quadratura berlusconiana del cerchio“

“ Nella comunità internazionale c’è solo un paese che ha ridotto gli aiuti allo sviluppo e questo è l’Italia. Caro Silvio, mi dispiace doverti rendere la vita difficile ma tu trascuri i poveri e non credo che gli elettori italiani siano d’accordo con i tuoi tagli. “ Da una dichiarazione di Bill Gates del 28 di gennaio 2010.

“ Ghe pensi mi “. Certo, pensare sempre a se stesso. Com’era possibile che il padrone del cosiddetto partito dell’amore ( proprio ), amor proprio nell’accezione peggiore, ché anzi il sano amor proprio che alberga nella maggioranza degli esseri viventi cosiddetti umani è un buon antidoto agli spiriti animali ancestrali e determina pure un sano equilibrio nella sfera emotiva di ciascuno,  com’era possibile che quel padrone avesse interesse per le sorti degli infelici di questo pianeta chiamato Terra? Nessun interesse possibile. Per una prima ragione semplicissima. Quegli infelici non guardano le sue televisioni. Punto. Di conseguenza, quegli infelici, non possono accordargli il consenso con il loro voto. Punto. E degli infelici e poveri o semipoveri del bel paese? Ovvero, di coloro che guardano le sue televisioni? Detto alla Fracchia, non gliene importa un ca…! Punto. Tanto anche se poveri, o semipoveri, guardando le sue televisioni gli accorderanno il loro consenso. In definitiva, lo voteranno. Sono così mitridatizzati con le bugie o semibugie del mezzo catodico che nulla potrà più smuoverli dal loro amore per l’egoarca di Arcore. Servono ancora delle conferme? Basterebbe però che certe notizie passassero per quei canali mediatici, e senza schiamazzi, perché ci si rendesse conto di abitare un angolo della Terra che potrebbe benissimo essere chiamato “ Fandonielandia “. Il paese delle fandonie. Una conferma la ritrovo in una interessante lettura fatta sull’ultimo numero del settimanale “ Affari & Finanza “, lettura che ha un titolo semplicissimo: “ Berlusconi, la fabbrica del debito “. Gli  Autori, Adriano Bonafede e Massimiliano Di Pace, hanno preso spunto da uno studio della Banca d’Italia per dire la loro sulla fandonia della inviolabilità delle tasche degli italiani. Tasche degli italiani che sono state violate e saccheggiate. E come. Basta leggere e non guardare sempre la televisione. Di seguito trascrivo, in parte, il lavoro degli autorevoli giornalisti. Autorevole, come detto, anche la loro fonte, la Banca d’Italia per l’appunto. A meno che nel paese dell’amor proprio la banca centrale non valga un ca…!

“ ( … ) Se prendiamo in considerazione tutti i periodi in cui lui ( l’egoarca di Arcore n.d.r. ) è stato al governo, dal 1994 fino ad oggi, eliminando quindi tutti i periodi in cui ha governato il centro sinistra, viene fuori qualcosa di sorprendente: fra i tanti esecutivi italiani, sono stati proprio quelli a matrice Berlusconi a creare un considerevole lascito di debito pubblico. In soldoni: durante i 7 anni e 2 mesi di governi di Berlusconi (fino al 30 novembre 2009, ultima data per la quale si hanno i dati) sono stati accumulati 430 miliardi di debito pubblico, ossia circa 7.500 euro per ciascun cittadino italiano, bambini e nonni compresi, che comporta il pagamento di 250 euro l’anno a persona di interessi (essendo 3,2% il tasso medio attuale pagato dai titoli di stato a tasso fisso). Guardando il debito causato da Berlusconi dal punto di vista delle famiglie, ogni nucleo di 4 persone dovrà ridare prima o poi allo Stato la bellezza di 30mila euro, e per il momento gli toccherà pagare gli interessi di questo piccolo mutuo, perpetuo fino a quando non si restituiranno, pari a 1.000 euro l’anno, da assolvere ovviamente con maggiori tasse.(…) …il contributo dei governi di Berlusconi al debito pubblico italiano risulta indubbiamente più contenuto (261 miliardi di euro al valore del 2009, pari al 15% del totale), ma resta comunque di gran lunga superiore al debito prodotto dai governi di centrosinistra che si sono succeduti dal 1995 al 2008. Infatti, a fronte dei 261 miliardi di euro (al valore di oggi) di debito accumulato in 7 anni e 2 mesi da Berlusconi, vi sono solo 80 miliardi di euro di debito accumulato dai governi di Centrosinistra in 8 anni e 5 mesi di esistenza. Se si guarda l’evoluzione del debito pubblico pro capite in termini reali, ossia depurato dall’inflazione (in euro 2009), si ha la conferma che con Berlusconi gli Italiani ci hanno rimesso. Infatti, il debito pubblico pro capite è passato in termini reali dai 25.360 euro del 1994 ai 29.773 del 2009, un aumento quindi di 4.410 euro , di cui ben 3.390 (cioè il 77 per cento del totale) sono attribuibili agli anni di governo Berlusconi, che però hanno coperto meno della metà del tempo trascorso (7 anni su 15). (...) Se (…) si escludono i residenti stranieri dalla popolazione italiana, il debito pro capite aumenta sensibilmente: nel 2009 sarebbe di 31.800 euro, e non di 29.733, ossia 2mila euro in più. Che Berlusconi non si sia preoccupato delle generazioni future, lo dimostrano anche i dati del rapporto debito pubblico/Pil, che vengono considerati dall’Unione europea per verificare il rispetto del Patto di Stabilità. Quando Berlusconi fece la sua prima comparsa come Presidente del Consiglio, l’Italia aveva un rapporto debito pubblico/Pil del 121,8%, che lui lasciò inalterato in quei pochi mesi, ma che i Governi di centrosinistra (Dini, Prodi I, D’Alema, Amato) ridussero di 13 punti percentuali in 6 anni, portandolo nel 2001 al 108,8%. Negli anni successivi di Governo di Berlusconi, quel rapporto si ridusse di soli 2,3 punti percentuali nell’arco di 5 anni, mentre Prodi, che gli successe nel 2006, in appena un anno lo ridusse di ulteriori 3 punti. Ma da quando Berlusconi ha ripreso le redini del Governo nel 2008, il rapporto è cresciuto a dismisura, complice anche bisogna riconoscerlo, comunque una crisi economica ben al di fuori dal comune. Nel 2009 il rapporto debito/Pil è risalito al 115%, un valore che ci riporta al 1998. In pratica, i sacrifici previsti da 10 anni di dure leggi finanziarie sono stati vanificati. In conclusione, i dati della Banca d’Italia smentiscono le affermazioni di Berlusconi, ossia che il debito pubblico costituisca l’eredità degli altri governi, e non del suo, e soprattutto che i suoi esecutivi non abbiano mai messo le mani nelle tasche degli italiani. Lui le sue mani le ha messe in quelle tasche. (…) Ecco la quadratura berlusconiana del cerchio: prendere i soldi dalle tasche degli Italiani senza che questi se ne accorgano. (…) … ma l’Italia resta esposta al rischio, tutt’altro che teorico, di rimanere senza risorse; se alcuni fondi di investimento esteri decidono di non riacquistare i titoli di stato italiano giunti a scadenza. In una tale evenienza, lo Stato italiano potrebbe avere difficoltà a pagare gli stipendi dei 3,5 milioni di dipendenti pubblici, e le pensioni dei 16,8 milioni di pensionati, dato che le tasse, anche se ritenute alte, non sono sufficienti a pagare tutta la spesa pubblica, come prova il sistematico deficit pubblico.”

Postato da: Ettore a 12:36 | link | commenti (1)
samizdat

lunedì, febbraio 01, 2010

Samizdat. 34 “ La legge nelle mani di B. “  

“ Ti ringrazio di questa bella e profonda riflessione. Mentre leggevo, mi tornavano alla mente le immagini viste ieri sera su raitre ( forse la trasmissione di Riccardo Iacona “ Presadiretta “ n.d.r. ). Il contrasto fra la gestione del problema casa a Parigi e il tristissimo panorama italiano, anche in senso letterale. Quelle case non-case, la dignità di intere famiglie costrette fra un tugurio e la fame, senza alcuna speranza e giustificato con motivazioni e parole privi di ogni senso logico, dove non compare mai la trasparenza e il rispetto della vita, la dignità minima. Eppure, quell'esperimento a Roma, caso unico, non dovrebbe rendere chiaro a tutti che l'assenza di onestà è assenza di rispetto per l'altro?Come siamo brutti, a guardarci in tv. Come abbiamo potuto permettere che ci succedesse tutto questo? perché l'indifferenza per l'altro riesce a giustificare tutto?” Commento lasciato da Kittymol77 al mio post del 29 di gennaio “ Giustizia, misura minima della carità. “

“ Come abbiamo potuto permettere che ci succedesse tutto questo? “ si chiede la molto affabile Kittymol77, visitatrice molto cortese ed assidua del mio blog. Kittymol77 merita una risposta. E per la risposta faccio ricorso alla sapiente scrittura di Franco Cordero che nell’ormai lontano 27 di gennaio dell’anno 2006 scriveva un editoriale, per il quotidiano “ la Repubblica “, dal titolo illuminante “ La legge nelle mani di B. “. Ne trascrivo un brevissimo passaggio, che dovrebbe dare le risposte giuste ed esaustive a chi si interroga sul degrado che oggigiorno divora le nostre coscienze ed il nostro vivere civile e politico.

" ( … ) Nel collasso della prima Repubblica corrosa dal malcostume consortile, appare B., finto homo novus: affarista d' origini buie; s'è ingrossato nel privilegio concessogli dalla vecchia consorteria; accumula soldi col monopolio delle televisioni commerciali, istupidisce il pubblico, falsifica bilanci, evade il fisco, allunga le mani dappertutto; gl’italiani sapranno poi in qual modo vincesse le cause, comprando i giudici attraverso un’agenzia barattiera. In vista dei sessant'anni scende in campo perché teme la resa dei conti. Tale l' unico programma, sotto la falsa bandiera d' una rivolta contro i politicanti professionisti: qualificandosi campione dello spirito d' impresa, truffa gli elettori; è un enorme parassita, fabbricato dalla malavita politica, abilissimo nella frode, mago delle lobotomie televisive; spaccia menzogne come i bachi secernono bava. Convertite le televisioni in partito, assolda mano d’opera più o meno intellettuale: s' imbarcano anche degl'illusi d'una svolta radicale; qualcuno se ne pente; emergono naufraghi del vecchio corso, sgherri impuniti, parolieri, commedianti, uomini del sì, domestici, faune da Satyricon. Scenario senza precedenti nella storia d’Italia: bene o male avevano un disegno politico gli avventurieri, da Crispi a Mussolini; costui no, difende l' impero personale senza scrupoli nella scelta delle armi. Naturalmente autocrate, paga e vuol essere servito: gli mancano i neuroni del sentimento etico; l' avversario va sgominato o corrotto; negli elettori vede bestiame umano dal cervello frollo. ( … ) “

Postato da: Ettore a 18:53 | link | commenti (1)
samizdat

venerdì, gennaio 29, 2010

Samizdat. 33 “ Giustizia, misura minima della carità. “

“ Siamo tutti nati per risplendere, come fanno i bambini. E quando permettiamo alla nostra luce di illuminare, diamo agli altri la possibilità di fare lo stesso. E quando ci liberiamo dalle nostre paure, la nostra presenza libera gli altri “ Nelson Mandela.

Riprendo in mano la magnifica “ Lettera 144 “ dello scrittore e giornalista Ettore Masina che mi gratifica della Sua attenzione con l’inoltro puntuale dei Suoi preziosissimi scritti. Ettore Masina è un cattolico che a tutto tondo si identifica nel magistero del Concilio Vaticano Secondo (1962-1965). Un’epoca remota. Ché, ai tanti del bel paese, sembra non dire più un bel nulla. Nella Sua lettera Ettore Masina fa riferimento ai vescovi di Roma che furono i protagonisti di quell’evento che ha segnato la storia di quella chiesa. Una storia incompiuta per la verità, se ancor oggi i solenni proclami di cristiana accoglienza e dovuta fratellanza, tra tutti coloro che siano accomunati dalla condizione della umanità, sembrano non avere la dovuta considerazione e pratica applicazione. Mi sono sempre chiesto se i reggitori della cosa pubblica del bel paese avrebbero ottenuto , dagli uomini di quel Concilio, la stessa indulgenza accordata ad essi dalle gerarchie attuali della chiesa di Roma. Una domanda senza risposta, capisco, ma insistente nella mia mente: sarebbero rimasti gli uomini di quel Concilio indifferenti al malaffare dilagante ed alla caduta etica del costume nel bel paese? Non che li si voglia tirare per la giacchetta quegli uomini, per annoverarli furbescamente nelle proprie schiere! Ma santo sia sempre il loro iddio, com’è possibile da parte loro non assumere i dovuti toni e le necessarie iniziative di denuncia per evitare un baratro inevitabile nei costumi e nelle coscienze delle masse del bel paese? O bisognerà attendere un nuovo secolo per parlare, con scandalo, a posteriori, dell’insostenibile silenzio accordato dagli uomini della chiesa di Roma, nostra contemporanea, ai reggitori della cosa pubblica? Queste poche righe di personali considerazioni mi vengono spontanee a seguito delle ultime stravaganze del signor B., stravaganze messe in video e sui media asserviti sul tema dei moderni migranti e della criminalità nel bel paese. Trascrivo di seguito la seconda parte della “ Lettera 144 “ dello scrittore Ettore Masina.

“ ( … ) È domenica. Mi domando, se posso andare a messa, come faccio abitualmente. Mi martella in testa un brano del vangelo di Matteo: - Se stai presentando la tua offerta all’altare e ti viene in mente che un tuo fratello ha qualcosa contro di te, lascia lì la tua offerta e va’ a riconciliarti con lui. Tornerai dopo all’altare -. Penso a quei mille poveri espulsi da Rosarno e mi domando se nel terrore che li mette in fuga, nel dolore dello sfruttamento, nell’esperienza di una vita da schiavi, si domandino, si siano mai domandati, se davvero l’Italia si possa definire una nazione cristiana; e se non ci gridino, nella tragedia che li travolge, che sì: hanno qualcosa contro di noi. Decido di andare a messa, egualmente. Sento il bisogno del tepore di una comunità  che preghi con me, esprima, almeno nel suo intimo, energie d’amore: penso che non posso chiudermi in un dolore privato, è con i fratelli e le sorelle con cui spartisco l’eucarestia che debbo vivere il rimorso per tanta ingiustizia fatta ai poveri con le nostre omissioni quando non le nostre opere: nostre, di noi Chiesa italiana.  Domani rifletterò da cittadino ma oggi sento di dovermi innanzi tutto confrontare con il vangelo. Risento ancora la voce buona di papa Giovanni: - La Chiesa, quale è e vuole essere, è la Chiesa di tutti ma particolarmente la Chiesa  dei poveri -. Risento la voce profonda e commossa di Paolo VI che ammonisce: - Ostinandosi nella loro avarizia, i ricchi non potranno che suscitare il giudizio di Dio e la collera dei poveri, con conseguenze imprevedibili -; e proclama agli elogiatori dell’elemosina: - La giustizia è la misura minima (minima!) della carità -. Mi domando: nelle nostre comunità viviamo – e rendiamo visibile – questo volto della Chiesa, questa sua fondamentale vocazione di riconoscimento del volto del Cristo nel volto del povero? O ci siamo ridotti, pian piano, a un agglomerato di persone che cercano avidamente coraggio e consolazione  per le loro privatissime paure, che dedicano al culto dei santi una venerazione assai superiore a quella per il Signore, che riempiono di quando in quando i grandi spazi delle celebrazioni papali ma subito dopo rifluiscono nel chiuso delle proprie case e nel rifiuto di ogni coerenza? Schiacciate, talvolta, da un amaro senso di impotenza, anche se non hanno mai tentato l’esperienza di un impegno? Questa fede, morta senza le opere, raggruppa senza problemi, nel suo seno, anche mafiosi e uomini politici cui l’acqua benedetta sembra lavare colpe senza pentimenti o addirittura annegare speranze e mormorii della coscienza. ( … ) Viviamo ormai in un paese in cui l’ottusa noia di giovani senza ingresso nel campo del lavoro moltiplica le infami crudelissime aggressioni ai senza tetto, in cui bande di italiani attaccano campi rom invece di premere per un inserimento dei nomadi nel tessuto delle città, in cui gran parte della ricchezza si basa sul lavoro nero: quello offerto da piccoli imprenditori senza scrupoli e quello coordinato dalle grandi centrali della mafia e della ndrangheta. Viviamo in un paese il cui ministro degli interni chiede che si diventi più cattivi nei confronti dei migranti, in una nazione, in cui, in contrasto con la Costituzione e con la Dichiarazione dei diritti umani, viene negato asilo ai profughi politici, e gli aiuti allo sviluppo dei paesi poveri sono ridotti a pura facciata, ma il presidente del Consiglio scrive al papa, all’inizio del 2010, che «i valori cristiani sono sempre presenti nell’azione del governo da me presieduto». Impunemente: nel senso che assai raramente le nostre gerarchie religiose contrastano questa beata coscienza, di uno statista che concede mano libera al razzismo di un parte della sua compagine governativa. Papa Giovanni ci ha insegnato che il confiteor non va battuto sul petto degli altri e quindi occorre che ciascuno di noi riveda la propria vita. Ma è fuor di dubbio, a me pare, che salvo splendide eccezioni, la voce dei pastori della Chiesa italiana è flebile nel rivolgere i ‘non ti è lecito!’ ai responsabili dello sfruttamento delle paure dei cittadini; e i documenti della CEI sono spesso vaghi nel condannare ogni violenza. ( … )  Ricordo di essermi sentito rovesciare come un guanto, ma anche spinto e sostenuto a un cammino luminoso, il giorno, ormai lontano cronologicamente ma non sbiadito nel mio cuore in cui un’assemblea mondiale delle Chiese protestanti, anglicane ed ortodosse, cui avevo partecipato con tanti altri cattolici conciliari, proclamò: - Chi non difende i poveri, non cerca che essi ricevano giustizia e dignità, non vede in essi la presenza del Cristo, costui è altrettanto eretico di chi nega l’uno o l’altro articolo del Credo -.”

Postato da: Ettore a 19:08 | link | commenti (1)
samizdat